Annunciazió

È successo il 20 gennaio del 2021 – quel giorno, cioè, ho trovato che forma dare a quanto avevo da dire. Sempre cose brevi, naturalmente, in accordo col mio imprinting culturale e il mio respiro corto, ma, senza esitazione, in forma narrativa, diciamo una specie di molto più concentrato Joyce epifanico (quello dei Dubliners, per intendersi) – versamenti-svelamenti, direi, al momento, ovvero storielle, anche un po’ crudeli e ignominiose, in prima, seconda, terza persona singolare e plurale… Sì, si poteva fare.

Poesia trovata, poesia cercata

Si pensa spesso alla poesia come a una pietra d’inciampo. In tal caso si può parlare, in opposizione alla “poesia cercata”, di “poesia trovata”. Per la verità, ciò che il poeta trova sono dei frammenti (parole udite, liberamente associate, da qualche parte lette, etc.), che poi giudica opportuno assemblare e, eventualmente, integrare. In ogni caso, “trovata” o “cercata” che sia la sua poesia, il poeta, oggi, rinuncia soprattutto all’illusione dell’autenticità, perché maneggia materiali artificiali, ready made, usurati, polverosi, sporchi, opachi e pesanti per eccesso di storia e dunque di sensi e significati sedimentati.

Le foglie

Le foglie hanno fessurato la superficie del fusto e la ferita ha preso la forma di una ricapitolazione. Se pure colò della linfa, l’economia del processo non ne ha patito. Fatti due conti, insomma, il bilancio, chissà come e perché, risulta tuttodì in pareggio. Poi, certo, nel baccanale dell’ontogenesi, la deriva ha liquefatto il cuore dei testimoni.

Vero

Quando l’inverno diventa vero inverno e fa così freddo che anche il freddo diventa vero, be’, allora, io mi ricordo delle farfalle e di una leggerezza perduta. Perché, infatti, non ci sono più le foglie sugli alberi? Semplice, perché non c’è più quel vento garbato e generoso che le fa stormire ad libitum. E perché i colori del mondo sbiadiscono e si spengono? Di nuovo, è semplice, perché la stagione, senza rimedio dualista, non sopporta le sfumature.

Quanto di più ripugnante si possa immaginare per l’immaginazione

Preferisco riuscire incomprensibile, e allo scopo omettere, per esempio, l’oggetto del discorso. Sorry ma è la mia imprescindibile condizione per acconsentire che mi si legga, la chiarezza mi soffoca coi suoi spazi ben disegnati, ho bisogno che il caos trasudi, per così dire, dalle parole. Anche lo spiffero della demenza va bene, se serve a sfumare le aree semantiche. Si viaggia meglio, questo penso, ma soprattutto non si sa in che direzione, e il premio, se si è fortunati, è un precipizio senza fondo e un’emozione ininterrotta che levano la voglia di fare sul serio. Per fare sul serio, infatti, occorre almeno partecipare dei destini della specie e farsi coinvolgere dalla storia, che è quanto di più ripugnante si possa immaginare per l’immaginazione.

Alla fine

Alla fine, qualcuno che non avrebbe mai immaginato gli aprì la testa a randellate e gli lavò il cervello con shampoo per cani… e comunque non prima di avergli amputato qualche dito, le orecchie, la punta del naso, le labbra, il pisello… e fracassato le nocche e sfondato gli occhi… e cauterizzato le ferite, mantenendolo vivo fino allo stremo, col fuoco…

Mi spiego la cosa

Mi spiego la cosa come una sottomissione che ha ragioni storiche molto difficili da indagare, inattingibili e addirittura latitanti, forse. Già fingersi il pensiero del freno è un passo avanti, che però dà solo una pallida idea dell’immane distanza che resta da percorrere per evadere dalla triste contenzione. Ma è inconcepibile soprattutto quel minimo utile (sost.), necessario logicamente per spiegare, se spiegare si potesse, l’impasse. Perché nei fatti, appunto, niente cambia e il mondo è liscio e rotondo. Non esiste insomma attrito, zero gli scarti di lavorazione, assenti le tracce del movimento – e poi carezze, tante carezze, carezze a non finire, nel buio spesso e zuccheroso.

L’apnea

Mi ricordo che il mio sguardo era attento al ciglio erboso del sentiero. Mi ricordo anche che non c’erano né cani, né pecore, né carretti, a indisporre la mia attenzione. Potevo così non guardare mai avanti e lisciare il ciglio senza soluzione, indifferente sia alla mia incolumità che al mio povero transito. Acconsentivo insomma che i fossi ai due lati indirizzassero, ridicoli despoti di quella minima porzione di spazio, il nastro di terra che mi scorreva sotto i piedi. Credo puntassi da qualche parte ma il punto non era la meta, era l’apnea.

Un uomo completato

Un piccolo stormo di anatre vola sul fiume, schermato dalla rada cortina dei rami degli alberi lungo la riva. Sono le quattro del pomeriggio e il cielo è di un colore turchino che è già quello del crepuscolo. Brevi folate mi spruzzano in faccia gocce di pioggia. Fumo e intanto, mentalmente, verbalizzo ciò che percepisco: gli uccelli, il fiume, gli alberi, il cielo, la pioggia. La buona educazione imporrebbe a chi parla di presentarsi ma il mio nome è cosa di nessuna importanza. Per quanto mi riguarda, l’essenziale è che sono un uomo finito… Oh, chiedo scusa, nessuna mortale tristezza o velenosa malinconia in questa affermazione – anzi! Con “finito”, infatti, intendo dire proprio: completato.