Per assurdo

Il bianco è così bianco che sembra un altro modo del nero. Nessuna soluzione di continuità, nessuna individuazione, niente che stacchi, niente che rilevi. C’è tutto, presumibilmente, però prima che ci fosse tutto. Perciò i sensi non servono, non servono gli occhi, le orecchie, le dita, non serve il naso, non serve la bocca. Un parallelepipedo di carne del peso di una libbra ma senza peso, lì, nel vuoto, da presso, che ricorda in purezza quello liscio di Kubrick piantato in terra. È invincibile, ovvero incomprensibile, l’assurdo che sprigiona dall’esercizio della ragione. Siamo di casa nell’assurdo, abbiamo rinunciato a guardarlo da lontano, gli abbiamo fatto spazio nelle vene, c’è solo esso.

Pioggia

Perché ogni volta che si è testimoni di una pioggia così fine da sembrare una cauta innaffiatura si vorrebbe descrivere con precisione estrema il fenomeno? Rendendo quasi la ragione di ogni singola goccia? Sarà la sua natura di carezza, che istilla l’audace idea di uno screening di massa? Più difficile è pensare di rendere o spiegare il guadagno secondario del tempo che, inoppugnabilmente, così, si ferma.

Pavlov li mortacci

Premetto che vorrei che non si pensasse a una filosofia ma, al contrario, a un semplice, stupido riflesso condizionato. Ci sono parole che, fatalmente, inevitabilmente, mi vengono in mente quando avverto di voler scrivere una poesia (precisiamo: si può scrivere una poesia senza, prima, avvertire di voler scrivere una poesia, e, per così dire, si è già dentro l’azione, saltando l’avvertimento, “avvertire” ha un certo, imbarazzante sentore di languore, di ciò che manca, di “vorrei ma non posso”, e, se succede, è meglio sapere che succede). La prima parola, in ordine di occorrenza, è: tempo. La seconda: buio. La terza: qualcosa.

Consigli

Mai rileggersi troppo – consiglia la scrittrice americana autorevole e di una certa età di cui però non ricordo il nome.

Mai incaponirsi a riscrivere l’incipit – consiglia Giulio Mozzi.

Attenzione: fissarsi è un problema, non siamo cozze – consiglia Sigmund Freud.

Riesco a ricordarmi

Riesco a ricordarmi anche di un passato molto prossimo. Anomalie, perlopiù, senza futuro. L’impeto del fiume dipende dal dislivello e dal letto, il ricambio forsennato favorisce la chimica organica. Nessuno lo dice, tutti lo pensano. Non si possono contare i punti dove la curva si spezza. È crudele? L’ultima speranza è una buona teoria del caos? Insomma, non si può continuare a credere di respirare solo perché il discorso fila liscio.

Succede insomma che la persona si stufa

Succede insomma che la persona si stufa, qualche volta, di prendere per buoni i discorsi e gli argomenti e le tesi che, come in un mare ricco di vita animale, le girano intorno notte e giorno. E così si stufa anche di diffondere e rilanciare e condividere questo traffico. Non si stufa di comunicare ma di usare, per comunicare, sempre e solo la merda in cui galleggia. L’unica soluzione che vede, allora, è disarticolare i discorsi, ribaltare gli argomenti e svuotare le tesi. E spacciare senza paura, soprattutto, in un mercato alquanto asfittico e scettico, tali adulterazioni e corruzioni e truffe certificate. Facendo capire, forse, prima o poi, al summenzionato mercato, che lei, la persona, non lo fronteggia per mercanteggiare.